Archivi categoria: Archeologia

Trofei di Mario

ilcantooscuro

Uno dei luoghi più noti e forse meno valorizzati dell’Equilino è il Nymphaeum divi Alexandri, meglio conosciuto come i Trofei di Mario: questo nome , appare per la prima volta in una guida per pellegrini del 1140, i Mirabilia Urbis Romae, e deriva da due grandi sculture marmoree che hanno decorato il monumento fino al 1590 , quando papa Sisto V le ha fatte togliere e collocare sulla balaustrata del Campidoglio, dove si trovano ancora.

Sculture che tra l’altro hanno la strana abitudine a traslocare ogni tot secoli: non risalgono all’epoca severiana, ma a quella di Domiziano. Forse decoravano il famigerato arco quadrifonte che questo imperatore, convinto di aver vinto di Daci e i Catti, si era fatto erigere sul luogo della Porta Triumphalis, nei pressi dell’area sacra di Sant’Omobono, e che era sovrastato da ben due ben due quadrighe condotte da elefanti, una condotta da Domiziano stesso, l’altra, forse…

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Terme di Diocleziano: Progetti e approfondimenti archeologici

Non esiste solo il Colosseo e l’area dei Fori Imperiali, Roma è piena di risorse che se fossero adeguatamente supportate e valorizzate ne farebbero di gran lunga non solo la città più bella del mondo ma anche quella più affascinante  da visitare.  E’ di questi giorni una proposta veramente interessante di Tobia Zevi apparsa sull’edizione dell’Huffington Post del 2 novembre 2017 con il titolo “Una (piccola) proposta concreta su Roma per Virginia Raggi” che riprende il progetto complessivo, mai portato a termine, dell’architetto Giovanni Bulian, responsabile del restauro del Museo delle Terme di Diocleziano avvenuto nel 1989. Tale progetto  ipotizzava un unico grande complesso archeologico ed espositivo con l’eliminazione della prima parte di via Cernaia in modo da mettere in comunicazione la grande Aula Ottagona con il resto delle Terme per ricostruire un tessuto archeologico omogeneo tra le varie parti del sito (Aula, Terme, Basilica, Chiostro) ed offrire un percorso di eccezionale interesse e bellezza. L’articolo in questione propone anche una completa rivisitazione di Piazza dei Cinquecento; non è possibile che una parte così importante della città sia afflitta dai tanti problemi di degrado e di traffico.  Siamo assolutamente d’accordo sia sulla proposta sia sul fatto che sarebbe doveroso dopo lo sforzo di rinnovamento intrapreso all’interno della stazione, operare un cambio di passo anche all’esterno per far diventare il più grande scalo ferroviario italiano un vero e proprio biglietto da visita prestigioso della città di Roma.

Ma a proposito del Museo delle Terme di Diocleziano vorremmo mettere in luce un ulteriore aspetto poco conosciuto che lo rende, se possibile, ancora più interessante: nel 1982 sono stati rinvenuti alcuni mosaici sia pavimentali sia parietali durante i lavori di risistemazione del sito eseguiti sotto la direzione della Prof.ssa Daniela Candilio. In questo saggio del prof. Federico Guidobaldi non solo potrete approfondire le notizie su questi mosaici ma ammirarli in numerose fotografie.

 

Palazzo Massimo : Il “Sarcofago di Portonaccio” come non l’avete mai visto

Dal sito archeoroma.beniculturali.it

La fronte del grandioso sarcofago rappresenta una scena di battaglia articolata su più piani, focalizzata sull’incedere di un cavaliere romano raffigurato in qualità di vincitore universale. L’animazione drammatica del combattimento è enfatizzata dal profondo chiaroscuro ottenuto con un abile gioco di intagli. Le cruente scene sono inquadrate da due coppie di barbari asserviti, il cui sguardo afflitto esprime la sofferenza che tocca a coloro che si ribellano contro il dominio di Roma. I bassorilievi sui fianchi del sarcofago mostrano eventi successivi allo scontro: da un lato prigionieri barbari attraversano un fiume condotti da soldati romani su di un ponte di barche, dall’altro i capi si sottomettono agli ufficiali romani. Il fregio sul coperchio, tra due maschere angolari, celebra il defunto e la sua sposa, presenti al centro nell’atto della dextrarum iunctio. I volti dei personaggi principali sono rimasti incompiuti, nell’attesa di scolpire i lineamenti dei defunti. La decorazione del sarcofago, ispirata a molte scene della colonna Antonina, è databile intorno al 180 d. C. Le insegne militari rappresentate sul bordo superiore della cassa – l’aquila della Legio IIII Flavia e il cinghiale della Legio I Italica – permettono forse di identificare il defunto con Aulus Iulius Pompilius, ufficiale di Marco Aurelio al comando di due squadroni di cavalleria distaccati in queste due legioni nella guerra contro i Marcomanni (172-175 d.C.).

Il filmato tradizionale

La versione in 3D

Dedicato alla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’Area archeologica centrale di Roma

Da sempre abbiamo dedicato diversi post su questo blog relativi allo scempio che si è perpetrato a via Giolitti da oltre un secolo, da quando, cioè,  si decise di far passare un treno a scartamento ridotto accanto al cd. Tempio di Minerva Medica. Da allora non solo  è calato il sipario su uno dei monumenti dell’antichità classica più conosciuti e apprezzati nei secoli passati  (per chi non lo sapesse  dal 1916 è chiuso al pubblico) , ma  sono iniziati anche dei seri problemi di stabilità che ne hanno messo addirittura a rischio la sua stessa esistenza. Ora vorremmo chiedere alla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’Area archeologica centrale di Roma come possa accettare che dei tralicci orrendi, per giunta arrugginiti dal tempo, siano addirittura addossati alle mura del monumento (cliccare sulle foto per ingrandirle) : crediamo che in nessun altra parte non solo di Roma ma del mondo intero, non si sia mai arrivati a tanto. E come mai un Ente così attento nelle sue varie emanazioni, tanto da comunicare l’avvio di dichiarazione di interesse per un sito che praticamente non esiste più come la pista (sì, la pista!) dell’ex Ippodromo di Tor di Valle ormai ridotta a una giungla di sterpaglie e rifiuti, manifesta il suo distacco e disinteresse per un problema così evidente nei confronti di un monumento il cui restauro è costato (e costa perchè ancora non è terminato) milioni di euro? Non sarebbe stato più utile mettere questo restauro al centro di un progetto più ampio di rivalutazione dell’intera area archeologica di Porta Maggiore e Santa Croce in Gerusalemme cercando quindi la sponsorizzazione di qualche azienda privata? Ma scherziamo? La ferrovia Laziali Centocelle non si può toccare e quindi si abortiscono tutti i progetti di trasformazione in tranvia che avrebbero finalmente visto la dismissione delle rotaie (e dei tralicci) a Porta Maggiore e a via Giolitti aprendo finalmente alla possibilità di una vera riqualificazione urbanistica oltre che ambientale. Bisogna mantenere questo monumento allo spreco di una ferrovia che oltre che poco utilizzata (i dati ufficiali dell’ATAC parlano chiaro il numero dei viaggiatori è meno di un terzo di quelli che utilizzano le linee tranviarie parallele sulla Prenestina)  ha un tasso di evasione tariffaria enorme. Ma per avere delle ragioni valide per tenere in vita questo autentico obbrobrio con tutti i problemi che causa non ci si vergogna a mettere in giro notizie false , assurde e  fuori da qualsiasi  logica   addirittura sulla stampa nazionale (Corriere della Sera 19 luglio 2017 vedi) che  parla di centomila viaggiatori al giorno (neanche fosse una metropolitana) e 35 milioni l’anno(!!) più di mezza Italia. Agli intellettuali sempre attivi  e pronti quando c’è da parlare del Colosseo e l’area dei Fori Imperiali vorrei domandare, ma se ci fossero dei tralicci del genere addossati all’Anfiteatro Flavio con un treno che passa accanto per poi continuare la sua corsa attraverso l’Arco di Costantino,  rimarreste zitti? E che differenza c’è, forse che il Tempio di Minerva Medica e Porta Maggiore   sono reputati come  monumenti di serie Z,   perchè se fossero ritenuti di serie B sarebbero trattati sicuramente molto meglio? Forse questi intellettuali non sanno che dopo il Colosseo il cd. tempio di Minerva Medica è il monumento di Roma Antica più rappresentatato dai vedutisti ed incisori del passato? Forse non sanno che ha rappresentato una autentica e importantissima svolta nelle storia dell’architettura romana? Forse non sanno che è  stato preso a  modello da  architetti ed artisti che nel corso dei secoli hanno realizzato capolavori come la Chiesa (ora Moschea) di Santa Sofia a Instambul e la cupola del Duomo di Firenze? Forse non sanno neanche che, insieme a tutti noi contribuenti, stanno pagando di tasca propria  un restauro che dura da quasi sei anni eseguito con dei fondi pubblici e che ha delle ottime possibilità di rimanere fine a se stesso se il cd. Tempio di Minerva Medica, complice questa assurda ferrovia, non riaprirà al pubblico o pur riaprendo, viste le enormi difficoltà per il traffico pedonale (sì, proprio pedonale) a causa delle rotaie, sarà visitato da un numero esiguo di turisti e non attrarrà quindi alcun imprenditore per utilizzarlo anche per iniziative culturali collaterali (concerti o sfilate di alta moda) . Il rischio che da eccezionale risorsa si tramuti in un ennesimo ramo secco per lo Stato è veramente grande.

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La Sala di Achille a Sciro nella Domus Aurea come non l’avete mai vista

Nel quartiere orientale della Domus Aurea sono i poemi omerici, soprattutto l’Iliade, ad avere ispirato la scelta dei soggetti che compaiono nei riquadri pittorici delle sale principali, sicuramente opera del pittore Fabullus: al centro della volta della Sala di Achille a Sciro, in una composizione dalla resa fortemente dinamica, la figura dell’eroe campeggia tra le figlie del re dell’isola, Nicomede.

Ecco la volta della Sala in 3D

I tesori nascosti (o quasi) dell’Esquilino, parte quarta: le Terme Eleniane

Dal sito http://www.romasegreta.it/

Le Terme Eleniane (“Thermae Helenianae” o “Thaermae Helenae“) furono costruite all’inizio del III secolo d.C. nella zona oggi compresa tra la chiesa di S.Croce in Gerusalemme e Porta Maggiore, all’interno del complesso residenziale severiano del “Sessorium“, la villa imperiale di Settimio Severo. Le Terme furono ricostruite, a seguito di un grave incendio, tra il 323 ed il 326 per volontà di Elena, la madre di Costantino, dalla quale presero appunto il nome: un’iscrizione commemorativa, oggi conservata in Vaticano, ricorda che “La nostra signora Elena, madre augusta del venerabile signore nostro Costantino e nonna dei nostri felicissimi e fiorentissimi Cesari, (queste) terme, distrutte da un incendio, ripristinò”. I pochi resti ancora visibili nel Cinquecento furono completamente distrutti o interrati al tempo di papa Sisto V (1585-90) per la realizzazione della “via Felice”, che collegava Trinità de’ Monti a S.Croce in Gerusalemme ed oggi frazionata in via Sistina, via delle Quattro Fontane, via Agostino Depretis, via Carlo Alberto, via Conte Verde e via di S.Croce in Gerusalemme. Attraverso disegni ed appunti del Palladio e di Antonio da Sangallo il Giovane se ne conosce, seppur parzialmente, la pianta, che appare una sorta di compromesso tra quella delle grandi terme imperiali e quella dei complessi balneari minori, disposta in modo asimmetrico e con il settore settentrionale cinto da un’alta muratura che proteggeva il complesso dai venti freddi del nord. Tutto quanto è rimasto di visibile dell’intero complesso termale lo possiamo ammirare all’incrocio delle vie Eleniana e Sommeiller, ad un livello più basso di quello stradale e nascosto da un muro di recinzione: si tratta di alcune delle dodici camere intercomunicanti (nella foto sopra), poste su due file parallele, che facevano parte di una grande cisterna, probabilmente alimentata da una derivazione dell’Acquedotto Alessandrino. La cisterna era situata a nord del complesso termale, dal quale era separata da grandi giardini: uno dei suoi ambienti fu occupato, in epoca medioevale, da una cappella dedicata a “S.Angeli prope S.Cruci in Hierusalem“, ricordata fino alla fine del Cinquecento ed anch’essa probabilmente distrutta a causa dei lavori di realizzazione della “via Felice”.

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Palazzo Massimo: il “Pugilatore in riposo” come non l’avete mai visto!

Dal sito Wikipedia

L’opera è uno dei due bronzi (l’altro è il cosiddetto Principe ellenistico), non correlati tra loro, scoperti nel marzo del 1885 su un versante del Quirinale nell’area del convento di San Silvestro e probabilmente appartenenti ai resti delle Terme di Costantino. Si deve al Carpenter (1927) una prima attribuzione dell’opera (sia pure come copia) a Apollonio di Atene, per una firma sul guanto sinistro della quale Margherita Guarducci (1959-60) ha in seguito negato l’esistenza.

La statua è stata ritrovata tra il secondo e il terzo muro di fondazione di un edificio antico, alla profondità di 6 metri sotto il livello della piattaforma. L’archeologo Rodolfo Lanciani, all’epoca segretario della Commissione Archeologica Comunale, ha lasciato una descrizione tanto vivida quanto precisa delle circostanze del ritrovamento: «Il più importante dato raccolto, mentre ero presente e seguivo la rimozione della terra nella quale il capolavoro giaceva seppellito, è che la statua non era stata gettata là, o seppellita in fretta, ma era stata nascosta e trattata con la massima cura. La figura, trovandosi in posizione seduta, era stata posta su un capitello di pietra dell’ordine dorico, come sopra uno sgabello e il fosso che era stato aperto tra le fondamenta più basse del tempio del Sole, per nascondere la statua era stato riempito con terra setacciata per salvare la superficie del bronzo da ogni possibile offesa. Sono stato presente, nella mia lunga carriera nell’attivo campo dell’archeologia, a molte scoperte; ho sperimentato una sorpresa dopo l’altra; ho talvolta e per lo più inaspettatamente, incontrato reali capolavori ma non ho mai provato un’impressione straordinaria simile a quella creata dalla vista di questo magnifico esemplare di un atleta semi-barbaro, uscente lentamente dal terreno come se si svegliasse da un lungo sonno dopo i suoi valorosi combattimenti»[1]

Così eravamo abituati a vedere le innumerevoli opere d’arte dei nostri musei: o dal vivo (scelta largamente preferibile) o in fotografia o al massimo in un video. Da oggi la tecnologia ci offre la possibilità di ammirare in special modo le statue da punti di vista inconsueti e impossibili anche per chi ha la fortuna di essere sul posto.  Per ottenere una visione soddisfaciente è necessario utilizzare un browser dell’ultima generazione e un collegamento internet di buona qualità

Esquilino, miniera inesauribile di tesori archeologici

Dal sito de “Il Tempo”

Santa Croce in Gerusalemme, ecco le Domus di Elena fra nuove scoperte e guide serali

di Fernando M. Magliaro

Il sottosuolo di Roma continua a regalare piccoli gioielli di un lontano passato mai così vivo: fra l’Esquilino e San Giovanni emergono nuove stanze di antiche domus dell’epoca dell’imperatore Costantino (quello del cristianesimo come religione ammessa nell’intero Impero) che sono state restaurate dopo un anno di lavori e che saranno presentate al pubblico con una serie di aperture speciali che dall’8 luglio si protrarranno fino al 1 settembre. Si tratta delle ville dei notabili della corte di Elena, la madre di Costantino, che nella zona dove oggi sorge la basilica di Santa Croce in Gerusalemme aveva stabilito la sua residenza, il Sessorium.

Scarse le informazioni biografiche su Elena: ignote sono le date di nascita (presumibilmente la metà del III secolo) e di morte (fra il 328 e il 329 dC) e le circostanze che ne determinarono l’unione con Costanzo Cloro, prima giovane ufficiale, poi generale dell’esercito, quindi Imperatore. Si suppone che, donna di grande avvenenza, Elena lavorasse o come addetta alle stalle in qualche locanda o direttamente come locandiera. Dall’unione con Costanzo nacque l’imperatore Costantino. Il nome di Elena è legato indissolubilmente alla leggenda di aver trovato, durante un pellegrinaggio di Stato a Gerusalemme, i resti della “vera croce” di Gesù, una parte dei quali venne da lei portato a Roma e posto nella sua cappella di palazzo (cappella palatina), quella che oggi è appunto la Basilica di Santa Croce. Attorno alla attuale Basilica, prima della edificazione delle Mura Aureliane, i nobili della corte di Elena avevano edificato le loro ville. Una parte di queste ville era già stata riportata alla luce negli anni ’70-’80. Dopo che la Soprintendenza è rientrata in possesso di un edificio prima in uso ai Paracadutisti, sono stati avviati nuovi lavori di scavo che hanno portato alla luce, per ora, tre ambienti della Domus dei ritratti, che chiariscono la struttura e le funzioni di questa residenza. La zona della Domus dei ritratti e della Domus della fontana è stata anche interamente restaurata, dando risalto alle murature e ai pavimenti, con i loro preziosi mosaici del IV secolo. La pulitura degli ambienti e le nuove scoperte hanno anche reso più leggibile ai visitatori il complesso residenziale con le sue divisioni e funzioni.

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Le aperture speciali del comprensorio di Santa Croce in Gerusalemme saranno articolate in due fasi: da domani 8 luglio fino al 16, le visite guidate saranno gratuite e senza prenotazione dalle 19 alle 20. Dal 21 luglio al 1° settembre tutti i venerdì apertura gratuita dalle 20 alle 23 con visite guidate su prenotazione. È l’occasione per conoscere una delle aree archeologiche più affascinanti della Capitale, che ci riporta alle epoche dei Severi e di Costantino.
(Dall’8 al 16 luglio: visite gratuite senza prenotazione, dalle ore 19 alle 20
Dal 21 luglio al 1 settembre, ingresso gratuito, dalle ore 20 alle ore 23 con visite guidate a pagamento e su prenotazione.
Santa Croce in Gerusalemme è aperta tutto l’anno su prenotazione il 1° e il 3° sabato del mese, per i singoli dalle ore 10.15 e per i gruppi dalle ore 9 alle ore 11.30.
Per prenotazioni Coopculture Telefono 063996770 / sito internet)

I tesori nascosti (o quasi) dell’Esquilino, parte terza: l’Ipogeo degli Aureli

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Dal sito “Roma Sotterranea”

Un cancelletto lungo Via Luzzatti, stretto fra due edifici: da qui si accede all’ipogeo degli Aureli, un piccolo ma prezioso luogo di sepoltura privato, appartenuto ad una ricca famiglia di liberti imperiali.
Il cimitero fu scoperto nel 1919 durante gli scavi per la realizzazione di un garage sotterraneo, all’incrocio tra viale Manzoni e via Luzzatti. Si trova pertanto a 200 metri da Porta Maggiore. Ricade quindi all’interno della cinta muraria definita da Aureliano nel 273 d.C., e poiché nell’antica Roma le sepolture dovevano avvenire al di fuori del pomerio, va da sé che esso fu costruito e utilizzato antecedentemente a tale data.
L’ipogeo si sviluppa su due piani: una sala superiore solo in parte sotterranea – di cui rimane solo la parte inferiore – e due ambienti posti al di sotto di essa. Proprio il mosaico pavimentale presente nella stanza inferiore di destra ha permesso di  conoscere il nome della famiglia: su di esso Aurelius Felicissimus dedica il sepolcro ai suoi fratelli e coliberti. Su una parete lungo le scale si trova una piccola lastra di marmo in cui Aurelius Martinus con la moglie Iulia Lydia ricordano Aurelia Myrsina la loro figlia defunta.
Ma ciò che maggiormente attira l’attenzione sono sicuramente le numerosissime, misteriose e affascinanti rappresentazioni pittoriche presenti sui muri del cimitero. Al di là di cornici geometriche o che ridefiniscono gli angoli e i cambi di direzione dei muri, realizzati in rosso e verde, ovunque sono rappresentati volatili, mostri marini, figure togate.Ipogeo Aureli Figure togate
Nel cubicolo superiore, alcune pitture rappresentano scene che in passato furono interpretate come il peccato originale (una donna e un serpente) e la creazione del primo uomo (due figure maschili di cui una molto più grande dell’altra). Oggi questa chiave di lettura è stata messa fortemente in dubbio Sulle pareti laterali una città e quattro figure togate, forse gli evangelisti. A sinistra e a destra due arcosoli che accoglievano le sepolture, disposte anche al di sotto del pavimento,
Scendendo agli ambienti inferiori, si riconoscono all’interno di un arcosolio 12 persone togate (forse gli apostoli),  e un uomo con barba che legge un rotolo. In un’altra pittura è rappresentato un uomo su un cavallo davanti ad un arco seguito da un gruppo di persone che indossano la laena,  il tipico mantello da viaggio, mentre altre sostano davanti alle mura di una città accoglierlo
Dopo 10 anni di restauro,nei quali si è dovuto far fronte agli enormi danni causati dal riversamento involontario di grandi quantità di benzina all’interno degli ambienti, nel giugno 2011 la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra (PCAS) ha terminato un complesso lavoro di restauro e recupero dell’ipogeo, utilizzando anche strumenti laser che hanno permesso di gettare una nuova luce sull’interpretazione, da sempre complessa, degli affreschi, che rimangono difficili da interpretare e da collegare ad un credo religioso e ideologico univoco. In pieno periodo di cambiamento religioso, dovuto all’affermarsi del Cristianesimo, è lecito ipotizzare che i componenti di questa famiglia non fossero ancora pagani e non fossero del tutto già cristiani. In aggiunta, non dovendo rispondere a programmi iconografici specifici, gestirono il loro cimitero privato in completa autonomia. Ecco allora rappresentazioni di pastori, insegnanti, richiami alla cultura ellenistica, scene mitologiche classiche, ma soprattutto filosofi, rappresentati con un rotolo di pergamena e una verga
Una delle scene più singolari però si rifa probabilmente all’epica omerica: vi è rappresentato l’episodio descrito nell’Odissea in cui i compagni di Ulisse sono trasformati in maiali dalla Maga Circe. Di fianco a questa immagine il laser è riuscito a mettere in luce una figura femminile che compiange due persone avvolte in un sudario e situate su un letto funebre, all’interno di un recinto funerario, collocato presso un edificio, forse la tomba stessa o una villa rustica. Si suppone che i due defunti siano i due fratelli Aurelius Onesimus e Aurelius PapiriusIpogeo Aureli
 “Questa scoperta insieme a una migliore definizione della scena omerica e delle adiacenti rappresentazioni del banchetto funebre e di una vivace teoria di beati, perfezionano le nostre conoscenze su un complesso programma decorativo, che raffigura i tre Aureli, ricordati da un’iscrizione musiva, calati in un beato locus amoenus e rappresentati come pastori, filosofi, commensali, retori e cavalieri, in perfetta sintonia con il desiderio di autorappresentazione della classe sociale dei liberti, che elabora un’idea dell’aldilà estremamente eclettico, all’insegna dell’otium campestre e della riflessione filosofica, che si consumano in un habitat oltremondano che prepara e annuncia il paradiso dei Cristiani”, ha spiegato il Prof. Fabrizio Bisconti della PCAS, che ha aggiunto: “Lo stato attuale delle ricerche attribuisce all’ipogeo una definizione sincretica, in perfetta coerenza con il clima multireligioso che si respirava a Roma nella prima metà del III secolo d.C.”
 
Bibliografia: F.Bisconti: “L’ipogeo degli Aureli in Viale Manzoni. Restauri, tutela, valorizzazione e aggiornamenti interpretativi” . Pontificia Commissione di Archeologia Sacra – 2011
Per informazioni rivolgersi alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra: tel. 06 4465610 – 06 4467601; fax 06 4467625; e-mail pcas@arcsacra.va – pcomm.arch@arcsacra.va

I tesori nascosti (o quasi) dell’Esquilino, parte seconda : La basilica neopitagorica sotterranea di Porta Maggiore

Dal sito della Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il MNR e l’Area Archeologica di Roma

Basilica Sotterranea di Porta Maggiore

Subito fuori l’odierna Porta Maggiore, punto di convergenza del più importante gruppo di acquedotti della Roma imperiale, si nasconde, al di sotto di sette metri dal livello dell’attuale via Prenestina, l’interessantissimo complesso monumentale, riportato alla luce casualmente, in seguito ad un cedimento del terreno lungo la linea ferroviaria Roma-Cassino nell’aprile del 1917.

In epoca romana quest’area suburbana, era denominata “ad Spem Veterem”, data l’esistenza di un antico tempio dedicato a Spes, di cui purtroppo non si è rinvenuta traccia nel terreno, ma menzionato dagli autori antichi che collegano il luogo alle vaste proprietà della Gens Statilia, a cui appartiene anche il Colombario ancora oggi visibile a circa duecento metri dall’edificio sotterraneo.

Il complesso si compone di un corridoio di accesso che immette in un Vestibolo, attraverso il quale si entra nella sala principale di tipo basilicale. L’impianto architettonico segue un orientamento est-ovest e in origine prevedeva un ingresso esterno costituito da una lunga galleria coperta con volta a botte che, da est sopraterra, con una notevole pendenza scendeva lungo il lato settentrionale della Basilica per poi piegare ad angolo retto e raccordarsi al Vestibolo.

Oggi del corridoio, che doveva essere anch’esso decorato come gli altri ambienti, resta solo l’ultimo tratto che immette nel Vestibolo, caratterizzato da una pianta quadrangolare con volta a padiglione traforata da un lucernario; da qui si accede alla sala principale: un’aula rettangolare suddivisa da sei pilastri in tre navate coperte con volte a botte. La navata centrale, più ampia rispetto alle navate laterali, presenta sul fondo un’abside.

All’articolata planimetria, che poi diverrà canonica per gli edifici di culto cristiani, corrisponde una preziosa decorazione che stende sui pavimenti una tessitura a mosaico bianco e nero, mentre sulle pareti e sulle volte si alternano affreschi policromi e stucchi figurati.

Nell’aula a tre navate domina il colore bianco della decorazione a stucco: nel catino absidale è raffigurata Saffo nell’atto di lanciarsi dalla rupe di Leucade; nel quadro al centro della volta della navata mediana campeggia la figura di Ganimede, rapito da un Genio alato. Su tutte e tre le volte a botte cornici modanate delimitano specchiature geometriche in cui si dispongono, con notevole varietà di temi, le rappresentazioni figurate che riconducono al repertorio della mitologia classica, al rituale mistico o a scenette di vita quotidiana, mentre sulle pareti, al di sopra di una zoccolatura affrescata in rosso, si stendono grandi pannelli con raffigurazioni paesaggistiche stilizzate.

Nel Vestibolo l’apparato decorativo viene arricchito dall’uso della policromia sia sulla volta, anche qui ripartita in quadretti figurati, sia sulle pareti dove si ripetono i temi paesaggistici vivacizzati dalla presenza di uccelli e ghirlande floreali.

L’eleganza e l’organicità del tessuto decorativo fanno della Basilica un’opera d’arte unitaria riferibile ai primi decenni del I secolo d.C., sia per la scelta dei soggetti che per lo stile della realizzazione, i cui confronti più stringenti si riscontrano – sempre a Roma – con i coevi esempi forniti dal già citato Colombario degli Statili, dal criptoportico sul Palatino, dalla Sala dalla Volta Dorata della Domus Aurea.

Interessante filmato di Roma Ieri e Oggi