Nel film ‘Eat, pray, love’ in una scena ambientata in Italia, Julia Roberts prova a pronunciare la parola “attraversiamo”. Che significa “fare il passaggio”, “attraversare” o anche “attraversare una strada”. La mostra collettiva di artisti greci, nel cuore di Roma, accanto al Colosseo, nella Pasqua del 2026, rappresenta l’opportunità di “passare”: per ogni visitatore, il passo sul proprio cammino sarà catturato visivamente in dipinti, fotografie e installazioni.
Artisti in mostra:
Sotiria Alevizou, Olga Anastasiadou, Lydia Avlonitou, Dimitrios Brakatsoulas, Elena Chatzianthanasiou, Makrina Chatzatoglou, Marina Chrisan, Maria Darla, Maria Doudouli, Ola Furmaga, Georgia Georgiadou, Kleoniki Gkioufi, Yiannis Kaminis, Yiannis Karagiannopoulos, Andromachi Kati, Thodoris Kemidis, Meropi Kiorpe, George Kotsikas, Asimina Kouzouni, Chrysovalantia Lampiri, Dimitra Laoutari, Anthie Lola, Stavros Lolas, Giorgos Makrigiannis, Christina Michalopoulou, Athanasia Nouni, Konstantina Ntziavou, Elsa Papagiannopoulou, Katerina Pavlidou, Trifoula Pavlidou, Sofia Pouli, Dorothea Samanidou, Maria Sofia, Kirsikka Soustiel, Katerina Theodorou, Kiriaki Theodorou, Nikoleta Tsikoti, Chrysa Tsiari, Evaggelia Vekiaropoulou, Efi Verikiou, Europe Yfantidou.
La mostra “L’ultimo Matisse – Morfologie di carta”, a cura di Vittoria Mainoldi, a partire dal 28 febbraio e fino al 28 giugno 2026 al Museo Storico della Fanteria di Roma, espone alcune tra le più note e preziose opere su carta del Maestro del Fauvismo, corrente caratterizzata dall’uso audace e antinaturalistico del colore.
Alla fine della Prima Guerra Mondiale, Matisse chiude la sua stagione fauve abbandonando gradatamente la pittura per dar vita a nuove forme espressive, che spaziano dal disegno alla grafica, dalla progettazione di scenografie e costumi teatrali, fino ai papier découpés, le famose carte colorate, che ritaglia e ricompone per creare sintesi formale nelle immagini. È il periodo nizzardo, che a ben vedere dura quasi trentacinque anni, di più in proporzione rispetto agli anni delle avanguardie parigine.
Dai suoi moltissimi libri e dalle opere su carta, tutte diverse per stile e tecnica, tanto da rendere difficile etichettare Matisse in una corrente invece di un’altra, si evince una spiccata sensibilità per linea e colore, che diventano i cardini saldi di un’architettura volta a raggiungere l’essenziale. Si tratta di un graduale rinnovamento linguistico che costituisce un’estensione della sua ricerca cromatica, ma che al tempo stesso la porta alle estreme conseguenze.
Attraverso la grafica, Matisse può lavorare sul limite, il limite della linea, su tutto. In molte opere su carta, infatti, la figura sembra nascere da una tensione interna più che da un contorno definito. I volti, i corpi, gli oggetti inanimati emergono come se fossero il risultato di una decisione improvvisa, ma che è in realtà profondamente meditata. La linea matissiana, apparentemente fluida e naturale, è spesso il prodotto di una lunga elaborazione mentale, in cui ogni segno superfluo viene eliminato.
Il bianco della carta diventa elemento costitutivo del disegno, uno spazio attivo, e a differenza delle sue opere pittoriche, che funzionavano per accumulazione, le grafiche di Matisse sembrano registrare il momento in cui l’artista riconosce l’equilibrio raggiunto e interrompe il proprio gesto. Questo è ancora più evidente quando il colore torna prepotente nel suo lavoro, come ad esempio nei gouaches découpées.
Limitato sulla sedia a rotelle dalla malattia, Matisse dipinge a guazzo su grandi fogli di carta che, una volta asciutti, verranno ritagliati ed incollati in composizioni colorate: sintesi perfetta tra coloriture e precisione dei profili, una nuova forma di espressione che diverrà nota con il nome di “cut-outs”. Materiali modesti e tecniche elementari creano in realtà opere complesse, nate da una costante ricerca e da un immenso lavoro di semplificazione, di sottrazione.
Analizzare l’opera grafica di Matisse non è solo fondamentale per comprendere appieno il corpus dell’autore, ma anche per contestualizzarla all’interno della produzione artistica del secondo dopoguerra, quando molti altri maestri scelsero l’illustrazione, l’editoria e la stampa come banco di prova e spazio autonomo di ricerca.
‘Battiti Silenti” è ciò che non sempre può essere espresso attraverso parole, ma che necessita di essere percepito. Il lavoro di Konstantinos Liotis emerge da paesaggi interiori in cui l’identità si frammenta, si riformula e pulsa sotto lo strato dell’esperienza. Le opere appaiono come cartografie emotive: spazi in cui il linguaggio si dissolve, il silenzio diventa pressione e il colore assume il ruolo della voce. Attraverso una vivida intensità cromatica, figure distorte e geometrie fluide, Liotis traduce stati interiori in narrazioni visive che respirano, fremono e si trasformano.
Al centro della sua esperienza artistica c’è la tensione tra frammentazione e totalità: i volti si moltiplicano, i corpi si dissolvono, le mani protendono, i cuori si spezzano e si riformano. Non identità fisse ma stati in divenire, istanti in cui l’io è sospeso tra il collasso e la creazione. Che si tratti di lotte personali, traumi collettivi, ansia tecnologica o felicità radicale, le opere insistono sull’identità: mai statica, forgiata mediante la pressione, la contraddizione e le scelte coraggiose. Il silenzio pulsa attraverso cardiogrammi, bocche serrate, mani aperte e linee elettriche. Tutto rifiuta di rimanere immobile: la creazione diviene sopravvivenza, la felicità un atto di sfida, l’amore diviene riconoscimento. Anche il dolore e l’ingiustizia non sono rappresentati come punti finali, ma come forze che richiedono memoria, responsabilità e trascendenza.
Il linguaggio visivo fonde forme organiche e geometriche…
…caos e struttura, intuizione e intenzione. Il colore non è decorativo ma viscerale, qualcosa che si assapora, si respira e si sopporta. Le linee si piegano e si fondono come correnti emotive, mentre i simboli ricorrono come incipit: bocche che parlano e urlano, mani che si tendono e combattono, occhi che testimoniano, semi che si schiudono, cuori che resistono. Konstantinos Liotis approccia la pittura sia come esplorazione di sé che come narrazione aperta. Le sue opere non dettano il significato, ma lo stimolano. “Battiti silenti” è in definitiva una mostra sul recupero: il recupero della voce, dell’emozione, della presenza. È un promemoria: anche nel silenzio, qualcosa pulsa… e se ascoltiamo attentamente, potremmo sentire noi stessi in divenire.
Prendi due cantanti giovani, belle e cattive, un cantante chitarrista con la passione per i bassi, un folle pianista di ragtime e un batterista che suona anche senza batteria.
E poi dagli un obiettivo: trovare e suonare lo Swing… anche quando non c’è!