Per sbollire la rabbia parliamo di calcio : intervista a un campione del passato

Riceviamo e pubblichiamo con piacere un’intervista realizzata (prima di Juventus – Roma !) da Marco Tosarello con l’aiuto del giornalista ecuadoregno Zambrano in occasione di un incontro a Roma con Carlos Valderrama, un’autentica icona del calcio mondiale degli anni ’80 e ’90.

foto Valderrama con il giornalista Zambrano dell'Ecuador, corrispondente a Roma

M.T.
UFFICIO STAMPA & COMUNICAZIONE

L’incontro a Roma con il più grande giocatore della storia della Colombia
Carlos Valderrama, riccioli, genio e fantasia
In carriera ha vinto due volte il premio di miglior calciatore sudamericano

L’incontro a Roma con uno dei giocatori più rappresentativi della storia della Colombia: recentemente Carlos Valderrama è stato uno dei protagonisti anche in occasione della Partita della Pace, da sempre un personaggio a tutti gli effetti dentro e fuori il rettangolo di gioco. “El Pibe” era soprannominato anche il Gullit biondo, il suo stile ha fatto molto clamore negli anni novanta.
E’ considerato uno dei migliori giocatori della storia del calcio colombiano: ha, infatti, vinto in carriera il premio di Miglior Calciatore Sudamericano negli anni 1987 e 1993.
Un’icona della nazionale colombiana, avendo partecipato a ben tre mondiali nella veste di capitano: Italia 1990, Usa 1994 e Francia 1998. In carriera ha collezionato ben 111 presenze in Nazionale, nel 2004 è stato inserito da Pelè all’interno dei FIFA 100, nella trentanovesima posizione mondiale tra i giocatori di sempre.
“In tutto il Sudamerica è ancora un idolo indiscusso – ha commentato il giornalista ecuadoregno Rene Zambrano corrispondente a Roma che ci ha aiutato nell’intervista – nella Copa Amèrica lo ricordiamo con la medaglia di bronzo nel 1987 in Argentina, nel 1993 proprio in Ecuador e nel 1995 in Uruguay. Lui, anche per il suo look tutto speciale, ed il funambolico portiere Renè Higuita, famoso per la mossa dello scorpione, negli anni novanta sono stati giocatori molto amati, non solo in Colombia”.
“La mia famiglia è stata sempre nel calcio – racconta Valderrama – mio padre Carlos Jaricho era un calciatore professionista dell’Union Magdalena e mi ha trasmesso la sua passione per il pallone, come pure agli altri miei dieci fratelli, ma sono stato l’unico ad essere riuscito ad entrare nel mondo calcistico professionistico”.
“Una famiglia col calcio nel sangue – sottolinea il giornalista Zambrano – visto che anche suo cugino Didì riuscì a fare carriera fino ad indossare la maglia della Nazionale”.
In campo Valderrama era riconoscibilissimo per la sua folte chioma bionda stile afro che ancora porta con orgoglio insieme ai suoi inseparabili ed appariscenti baffi: “Diventato maggiorenne consolidai ed affermai sempre di più una filosofia di vita di libertà – chiarisce Valderrama – quel look era anche l’emblema di un modo di vivere e di pensare”.
Amatissimo e corteggiatissimo dalle donne: abbiamo perso il conto tra spose, amanti, figli, di cui sei solo con la prima moglie. Un’icona indiscussa, insomma, anche per il gentil sesso.
Nel 1991 dalla Liga spagnola fecero il giro del mondo le immagini dell’ex centrocampista del Real Madrid, Michel, che in una partita contro il Real Valladolid, toccò ripetutamente le parti intime di Valderrama durante un calcio d’angolo, con grande stupore e espressione di stizza del giocatore colombiano.
L’esuberanza e la sfrontatezza del numero 10 colombiano lo portarono, ancora ventenne, a conoscere per quattro giorni il carcere di Santa Marta per aver aggredito un agente di polizia: ma l’episodio non frenò la sua ascesa calcistica, tanto era il suo talento tecnico.
Alla fine del Mondiale negli Usa, nel 1994, pensò di ritirarsi dalla Nazionale dopo l’omicidio del suo compagno di squadra, Andrès Escobar, ucciso a Medellin dai narcotrafficanti a causa di un’autorete procurata dal contro i padroni di casa degli Stati Uniti che costò l’eliminazione della Colombia: “Un episodio tristissimo – ricorda Valderrama – sicuramente il più buio della mia carriera e della mia vita. Come se avessi perso un fratello. Una ferita mai rimarginata”.
Tornò dopo un anno ad indossare la maglia della Nazionale, partecipando poi al Mondiale del 1998 in Francia: contro l’Inghilterra di David Beckham ed Alan Shearer disputò la sua ultima partita con la maglia della Colombia.
Terminò la sua carriera negli Stati Uniti a a ben 41 anni, giocando l’ultima stagione professionistica nel 2002 con i Colorado Rapids. In Europa ha vestito le maglie del Montepellier e del Real Valladolid.
“Non rimpiango nulla della mia carriera – afferma Valderrama – mi ritengo un uomo fortunato come calciatore e come uomo. Vorrei che molti ragazzi del Sud America potessero avere le stesse soddisfazioni che ho avuto io, non tanto nello sport quanto nella vita. Oggigiorno che diventa sempre più difficile emergere per un giovane in ogni settore”.
La nazionale colombiana ha impressionato all’ultimo Mondiale in Brasile: “Il calcio colombiano è sempre in crescita – conferma Valderrama – sono sicuro che usciranno altri giovani talenti nei prossimi anni”.
Sei anni fa ha ricevuto la Laurea Honoris Causa all’Università di Magdalena, ma non chiamatelo dottore. Perché lui resta il numero 10 che ha scritto la storia del calcio colombiano.

Marco Tosarello