La storia e le prospettive della Stazione Termini in un interessantissimo articolo di Massimo Locci

Pubblichiamo integralmente un articolo dal titolo “Recupero e trasformazioni di un’architettura moderna – Stazione Termini tra ponti e prospettive” apparso sul sito http://www.ar-architettiroma.it a firma di Massimo Locci. Si tratta di una dissertazione sulla storia e le varie trasformazioni che la stazione ha subito nei decenni scorsi e sulle prospettive non proprio ottimistiche legate alle conseguenze che la costruzione della piastra, ancora in corso, determinerà sicuramente sul traffico delle vie adiacenti.

 

Recupero e trasformazioni di un’architettura moderna

di Massimo Locci 

Il destino della Stazione Termini, nel bene e nel male, è sempre stato legato agli eventi epocali di Roma e ne riflette il suo sviluppo, le crisi e le contraddizioni. A partire dall’ubicazione sul colle dell’Esquilino, tecnicamente poco opportuna, in quanto sostanzialmente dipendente da “interessi legati alle speculazioni edilizie di Monsignor De Merode” (P.O. Rossi).

Il primo edificio, progettato da Salvatore Bianchi, fu costruito (1864-71) per riunificare in un’unica stazione di testa le tre principali linee ferroviarie dello stato papalino. È stata la prima opera pubblica entrata in esercizio dopo il trasferimento della Capitale. Nella fase post-unitaria la stazione risulta subito inadeguata per il nuovo ruolo di principale snodo ferroviario nelle connessioni a livello nazionale.

Con l’avvento del Fascismo, l’intero comparto urbano di Termini viene immaginato come un centro direzionale con la stazione trasformata in infrastruttura di transito, con quattro linee interrate a doppio binario (da Casilina a Flaminia) che delineavano un nodo passante, una cintura per il traffico merci e un collegamento con le stazioni sussidiarie. Proposero soluzioni urbane interessanti Gino Coppedè, Marcello Piacentini e il Gruppo Urbanisti Romani. Ipotesi rimaste tutte sulla carta nonostante fossero state a lungo dibattute in occasione del piano regolatore del 1931.

Successivamente per l’E42 (l’esposizione universale prevista nel 1942 nell’area dell’odierno EUR) viene incaricato direttamente l’architetto capo delle Ferrovie dello Stato, Angiolo Mazzoni. Coadiuvato da un’équipe interna al Ministero, Mazzoni progetta di trasformare l’intera infrastruttura, allargando il fascio binari (27 complessivamente con 15 banchine), ampliando considerevolmente le strade laterali (le vie Giolitti e Marsala) e arretrando il fronte per realizzare una nuova imponente piazza urbana. La riconversione (1936-38) era stata ipotizzata con un impianto innovativo, con grandi visioni strategiche e adeguate risorse economiche, con una connessione con la realizzanda prima linea metropolitana di Roma, da Termini all’E42. Anche il grande progetto di Mazzoni rimane, però, interrotto a causa degli eventi bellici.

Quasi subito, in verità, era stata scartata la sua ipotesi iniziale per un edificio di testa dai caratteri espressivi moderni, funzionale e con un linguaggio essenziale. Si preferì una soluzione magniloquente con alti colonnati classicheggianti, che è stato un bene non aver realizzato. I lavori iniziarono nel 1938 e nel 1942, al momento dell’interruzione, erano stati ultimati il piazzale dei binari e otto dei dieci edifici.

Del progetto di Mazzoni rimangono, comunque, l’impianto infrastrutturale complessivo, comprese l’intermodalità via gomma (bus urbani e parcheggi per il pubblico interrati), la connessione con la metropolitana e le imponenti strutture di supporto per servizi, uffici, mensa e ristoranti: sono i lunghi corpi ad arcate sovrapposte che caratterizzano i lati fiancheggianti i binari, denominati Ali Mazzoniane.

La soluzione formale di queste ultime è quantomeno discutibile, soprattutto perché la struttura è in cemento armato con travi e pilastri “camuffati” da falsi archi in travertino. Risente molto dell’indirizzo monumentalista sopradescritto e anticipa la soluzione di Guerini, La Padula e Romano per il Palazzo della Civiltà Italiana, il cosiddetto Colosseo Quadrato.

Sicuramente fa riferimento alle visioni metafisiche delle piazze di De Chirico che, nota Mario De Micheli nel 1988, nascono dalla «memoria di architetture italiane classiche e ottocentesche in un’atmosfera di lucidissima e statica assurdità. Solitudine, silenzio, fughe prospettiche, illusioni spaziali, ombre nitide stampate su lisci selciati, portici d’ombra, cieli antichi, volumi netti, statue solitarie e talvolta una forma di vita […] sospesa, avvolta in un velo impalpabile che la separa dal resto del mondo».

In verità, se consideriamo la relazione tra gli ambiti interni e le facciate della stazione, si nota una forte incongruità: su un verso prevale una spazialità di ampio respiro e matericamente pregnante, con accenti lirici nella mensa e nel patio circolare con fontana, sull’altro una logica rappresentativa e tettonicamente falsa. Soluzioni insolite per un architetto raffinato come Mazzoni che nel 1934 aveva redatto il Manifesto Futurista dell’Architettura Aerea (cioè leggera e tecnologicamente avanzata come le tensostrutture) e che aveva realizzato decine di ottime stazioni ferroviarie e uffici postali; basti pensare alla continuità organica del suo edificio tutto in mattoni per le poste di Ostia e agli stessi elementi di completamento nella stazione Termini e di Santa Maria Novella a Firenze (serbatoi idrici, centrali termiche) con chiare ascendenze futuriste.

L’edificio di testata della Stazione Termini, come noi oggi la conosciamo, è la prima attrezzatura urbana di rilievo realizzata nella capitale nel dopoguerra (1947-51), frutto di un concorso di progettazione, bandito dalle Ferrovie dello Stato e dal Comune di Roma. Il bando prevedeva non solo il completamento degli interventi di Mazzoni, ma l’intera sistemazione della piazza e dell’area archeologica. L’importanza del concorso è testimoniata sia dalla consistente partecipazione (molti sono giovani progettisti che diverranno i protagonisti della nuova architettura italiana) sia perché rivestiva anche una valenza simbolica, come rileva Bruno Zevi: «L’Italia democratica, ai tempi di Roma città aperta e di Paisà, ha ripreso così il cammino architettonico nello spirito di un sano, coraggioso realismo. Il mondo se n’è accorto immediatamente: sono stati pubblicati libri e opuscoli sulla nostra architettura».

La questione dell’edificio di testa pose, dunque, una serie di riflessioni critiche, di differenziazione stilistico-funzionale ma anche di conferme del progetto di Mazzoni. L’intervento rivestiva significati multipli, di natura urbanistica e architettonica, ma anche sociale ed etica, per questo si è scelta la strada del concorso di progettazione a procedura aperta.

Nello stesso periodo, infatti, in altri contesti romani e in particolare per il Giubileo del 1950, si è preferito far eseguire le opere incompiute del Ventennio dagli stessi progettisti scelti dal Fascismo: Piacentini con Spaccarelli completa via della Conciliazione, Foschini con Del Debbio e Morpurgo il Ministero degli Affari Esteri, Brasini il ponte Flaminio, Piacentini gli edifici di testata in via Bissolati. I lavori dell’E42, rinominato EUR, riprendono e il quartiere acquista la sua veste definitiva prevista alla fine degli anni ’30 con la chiesa di SS. Giovanni e Paolo di Foschini, la piazza circolare di Muzio e Pediconi, il palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Libera; gli edifici INA e INPS e la piazza a doppia esedra di Muzio con Paniconi e Pediconi, l’Archivio Centrale dello Stato di De Renzi e Pollini.

Ritornando al concorso per l’edificio di testata della Stazione Termini, molte ipotesi progettuali presentate erano di grande interesse; in particolare quelle dei gruppi coordinati da Luigi Cosenza e Mario Ridolfi. Quest’ultimo, unico tra i partecipanti, aveva previsto un atrio-piazza in funzione di filtro urbano, con un’espressiva copertura a cavalletti che inglobava le Mura Serviane e una piastra a più livelli. Arrivato solo terzo nella graduatoria finale, i riflessi della sua impostazione sono, però, evidenti nel progetto realizzato. Nel bando si richiedeva di limitare l’arretramento della facciata per disporre di binari più lunghi, di concentrare nella testata in un unico edificio i servizi per i viaggiatori (biglietterie, ristorazione, attività commerciali) e gli uffici della direzione. L’obiettivo era estetico (valorizzazione dell’Agger Servianus e una visuale libera fino a piazza Esedra) e funzionale, poiché migliorava l’interscambio con la metropolitana e i trasporti cittadini.

La qualificata commissione giudicatrice, che tra gli altri comprendeva R. Marino, G. Nicolosi e M. Pediconi, decreta vincitori del concorso, a pari merito, i gruppi coordinati da Eugenio Montuori e da Annibale Vitellozzi che, nella seconda fase, elaborano congiuntamente (un’equipe comprendente anche Calini, Castellazzi, Fadigati e Pintonello) un nuovo ed elegante progetto. La soluzione architettonica è caratterizzata dalla copertura sinuosa dell’atrio-biglietteria in funzione di piazza urbana, divenuta nell’immaginario collettivo il “dinosauro”, e la galleria di testa che, in senso trasversale, riconnette il tessuto urbano tra via Giolitti e via Marsala.

La grande struttura nervata (lunga 100 e larga 50 metri, con una pensilina a sbalzo di 19 metri) è conformata per costituire un ideale prolungamento delle Mura Serviane. Molto luminosa per il rivestimento in tessere vitree e per un’alternanza di fasce piene e vuote, la copertura plastica poggia su 33 pilastri fusiformi, con tagli luminosi che scandiscono dinamicamente lo spazio. Il senso di ariosità e trasparenza è accentuato, inoltre, dalle chiusure perimetrali interamente vetrate, che pongono in dialogo la stazione con la grande piazza antistante e le adiacenti memorie archeologiche. La pensilina presenta un elegante e lunghissimo fregio a bassorilievo dello scultore ungherese Amerigo Tot.

Tra la hall e i binari è ubicata la fascia delle biglietterie, sormontata da un sottile e lungo corpo lamellare in travertino (rapporto di 1 a 23) per gli uffici, con un’originale sequenza di otto file di finestre a nastro (2 per piano in alto e in basso), e un’ampia galleria vetrata (alta 14 e larga 22 metri) che salda il nuovo complesso con le pre-esistenti Ali Mazzoniane. Tutto il nuovo intervento di Montuori e Vitellozzi si sviluppa su un’area di 14.000 mq, oltre a 10.000 mq nel piano sotterraneo, organizzato intorno ai resti di età classica, con l’albergo diurno e la stazione della Metropolitana.

La Stazione Termini e la piazza antistante sono state completate nel 1950, solo alla fine dell’Anno Santo (inaugurazione nel mese di dicembre), anticipando una lunga tradizione italiana di ritardi e opere incompiute: solo per citare alcuni casi romani l’aeroporto di Fiumicino entra in esercizio sei mesi dopo le Olimpiadi del 1960, gli impianti natatori di Calatrava per i Mondiali di nuoto del 2009 non sono mai stati finiti.

Questa lunga premessa per evidenziare, comunque, l’alta qualità architettonica del complesso, che rappresenta uno dei monumenti più importanti dell’architettura moderna a Roma. Pertanto, appaiono dubbie le trasformazioni e aggiunte succedutesi in questi ultimi anni, cominciando da quelle rilevanti per il Giubileo del 2000 a quelle attualmente in corso di realizzazione. Pur comprendendo le necessità di aggiornamento tecnico e funzionale, non si capisce perché realizzare interventi poco sensibili ai valori delle pre-esistenze, spesso in contraddizione con le valenze spaziali e urbanisticamente incongrui.

Gli obiettivi del 2000 erano in gran parte condivisibili, ad esempio migliorare l’interscambio con il sistema delle linee metropolitane, potenziare l’offerta di servizi e spazi commerciali (intervenendo soprattutto nella galleria urbana e nel piano interrato denominato il Forum), restaurare l’Ala Mazzoniana su via Giolitti e ri-coinvolgerla nel sistema complessivo.

In quell’occasione l’Atelier Mendini ha trasformato con ironia e leggerezza lo spazio voltato delle dismesse biglietterie del 1940, inserendo ambiti commerciali, di servizio e un inconsueto spazio espositivo in corrispondenza del patio circolare al secondo livello. L’edificio al suo interno, infatti, presenta una straordinaria ricchezza di valori spaziali e di soluzioni architettoniche, di rifiniture e di rivestimenti che è stato bene valorizzare. Le originarie finiture di pregio, paramenti e pavimentazioni marmoree, però, sono in gran parte andate perdute e molte sono state le manomissioni che, nel corso degli anni, hanno corrotto l’idea e le spazialità originarie di questa architettura. L’opera di restauro di fine millennio ha mirato a eliminare le murature posticce e tutto il superfluo.

Michele De Lucchi, lo Studio Cerri e Marco Tamino sono intervenuti sull’edificio di testa realizzando un piano mezzanino per un ristorante che si affaccia sul grande atrio, rinnovando le biglietterie e inserendo un volume a due piani per la libreria, che prosegue nel livello inferiore. Quest’ultimo, per non compromettere eccessivamente le proporzioni complessive del “dinosauro” e il dialogo fatto di trasparenze tra interno ed esterno, è stato realizzato interamente vetrato.

Con i successivi interventi realizzati da FS anche nella galleria trasversale, per ottenere ulteriori spazi commerciali, a causa della presenza ingombrante delle biglietterie automatiche e dei mega-supporti pubblicitari, si sono del tutto perse la spazialità delle parti, il senso di ariosa luminosità e leggerezza sopradescritta.

Nel prospetto dell’elegante ed essenziale lama degli uffici è stata sovrapposta un’incongrua fascia di grigliato metallico, per mascherare le unità di trattamento aria dell’impianto di condizionamento, peraltro senza risultati pratici perché rimangono visibili. Basta vedere, inoltre, una foto zenitale per rendersi conto che si sarebbe potuta evitare l’incongrua modifica, semplicemente posizionando diversamente le attrezzature impiantistiche.

Attualmente è in corso di realizzazione da parte della società Grandi Stazioni, che gestisce gli aspetti logistici delle Ferrovie dello Stato, un programma per realizzare una doppia struttura a ponte sopra i binari con due distinte piattaforme sopraelevate: una di parcheggio (di 110 per 180 metri con tre piani, capaci di ospitare 1.377 auto e 85 moto) e una galleria per servizi di circa 6.000 mq (larga circa 30 metri e sviluppata lungo l’intero fronte interno della stazione), di cui la prima metà è stata inaugurata a giugno dello scorso anno.

Questa operazione (progetto del 2006, i lavori sono iniziati nel 2012 e dovrebbero completarsi nel 2020) è stata molto avversata, in quanto per molti aspetti è discutibile se non sbagliata. Gli obiettivi delle Ferrovie dello Stato sono ancora il potenziamento del sistema commerciale e dei servizi ai passeggeri, la realizzazione di parcheggi temporanei, ora molto limitati (solo 275 posti).

Le perplessità riguardano innanzitutto le strategie complessive delle diverse Amministrazioni coinvolte per la gestione delle infrastrutture urbane e territoriali della Capitale. La Stazione Termini come hub intermodale, sulla carta, dovrebbe essere stata declassata rispetto alla nuova Stazione AV della Tiburtina. In verità, per una serie di scelte contradditorie, rimane ancora il più importante scalo ferroviario di Roma e il maggiore d’Italia, da cui partono gran parte dei collegamenti veloci.

Ipotizzata come condensatore di funzioni e di attrezzature pubbliche/private, di ampi spazi commerciali e di servizi, la nuova qualificata stazione passante dell’Alta Velocità della Tiburtina è fortemente sottoutilizzata. Negli anni ’80 è stata pensata a ponte, con un primo progetto di Renzo Piano e poi dello Studio ABDR, proprio per relazionare luoghi emblematici del tessuto urbano, che al momento sono presenti solo sulla carta.

Piuttosto che realizzare in tempi brevi sia le attrezzature pubbliche previste a Pietralata, sia un nuovo contesto significativo sul lato di piazza Bologna, si è preferito investire nuovamente su Termini, rischiando di trasformare quella della Tiburtina in una ennesima cattedrale nel deserto. Nonostante l’area di Termini sia ben servita dal trasporto pubblico (semmai sarebbero da potenziare le corse e la qualità del servizio), si è scelto anacronisticamente di favorire il traffico privato consentendo il parcheggio nella struttura ferroviaria. Le FS sostengono che l’intervento si sia dovuto programmare per adeguare la Stazione Termini agli standard internazionali e che tutte le grandi stazioni hanno un’alta dotazione di parcheggi. È noto, invece, che non esistono nei nodi nevralgici della mobilità ferroviaria londinese (a Charing Cross, a Victoria Station o a Euston Station), tantomeno nella Central Station di New York, nella nuova Stazione Berlin Hauptbahnhof, nella Gare du Nord o nella Gare de Lyon a Parigi, e che tutte queste strutture sono facilmente raggiungibili con metropolitana e autobus.

Dal progetto iniziale, redatto da Grandi Stazioni Ingegneria, si può evincere che i parcheggi saranno serviti da una rampa elicoidale a doppia corsia posta su via Marsala che, già attualmente, è intasata per troppo traffico e per l’inevitabile sosta momentanea, di taxi e privati, in corrispondenza della galleria trasversale.

Inoltre potrà servire adeguatamente chi proviene da Castro Pretorio, molto meno bene tutti gli utenti provenienti dal lato opposto. Ora, per ridurre il problema, si ipotizza di modificare il percorso per salire sulla piastra del parcheggio. «La scelta definitiva prevede di far partire la sopraelevata, che arriverà sul tetto della stazione, non più esternamente dalla Porta di San Lorenzo ma dal tunnel che da via Giolitti porta a via Marsala. Le macchine entreranno nel sottopasso dove troveranno un innesto con la strada che salirà verso la piastra. E anche il viaggio di ritorno dai parcheggi si innesterà nel tunnel. Inoltre saranno previsti accessi pedonali al parcheggio e ai servizi sia dall´attuale ingresso della stazione sia dai due lati». (Paolo Boccacci, “In macchina sul tetto di Termini”, La Repubblica, 06 ottobre 2005). Nonostante la possibilità di riconnettere i due fronti opposti, non è difficile immaginare che nelle ore di punta si verificheranno ingorghi e attese.

Infine, un ragionamento deve esser fatto rispetto ai potenziali utenti, principalmente i lavoratori della stazione e i pendolari. Considerando i tempi di utilizzo medio degli stalli, è stato calcolato che i 1.600 posti complessivi potranno servire non più di 3-4.000 viaggiatori al giorno, corrispondenti agli utenti di circa 10 treni, a fronte di 800 treni/giorno che transitano nella Stazione Termini. Quindi è impossibile pensare che siano sufficienti per le necessità effettive. Al massimo i 1.350 nuovi stalli potranno essere utilizzati per il centro commerciale.

Che senso ha, dunque, stravolgere la viabilità del quartiere, rivoluzionare la funzionalità complessiva della stazione e modificare l’immagine di un’opera di straordinario valore architettonico? Soprattutto realizzando una soluzione meramente ingegneristica, che s’inserisce nella pre-esistenza (sia la parte Mazzoniana, sia quella di Montuori e Vitellozzi) senza alcuna sensibilità architettonica, variando le proporzioni complessive, scegliendo soluzioni di dettaglio banali e materiali dozzinali, come è ben visibile nella parte già in esercizio. Vista l’importanza del contesto non sarebbe stato più opportuno un concorso per selezionare l’idea migliore, confrontandosi anche con i cittadini e la comunità dei progettisti romani?

Con questi interventi poco accorti corriamo il rischio, dopo 150 anni, di dare ragione a un anonimo relatore dello Stato Pontificio che manifestava la sua netta contrarietà alla realizzazione della stazione all’interno della cinta muraria della città: «Il progetto di mettere le stazioni delle vie ferrate nell’interno della città di Roma è misura in primo luogo altamente impolitica, è ancora avversa ad ogni buona e retta amministrazione di finanze, è infine contraria al decoro, alla dignità e alla magnificenza della città di Roma […] imperocché può in tratto e all’improvviso introdursi nella città numero di ribelli ed anche un’armata e senza che si possa chiudere di fronte porte».

A parte le valutazioni sull’opportunità di realizzare l’intervento, risulta interessante, ovviamente, la tecnica scelta per costruire il parcheggio, quella del “varo a spinta”, che solitamente viene utilizzata per la costruzione delle piastre a ponte, facendo scorrere le strutture in acciaio prefabbricate (assemblate in situ) su una cremagliera fino alla posizione definitiva. Questa modalità non è stata mai utilizzata per la realizzazione di un parcheggio sopra i binari di una stazione. Il motivo della scelta sta nella necessità di minimizzare l’impatto dei lavori sull’operatività della stazione, in cui transitano 800 treni ogni giorno.

Certamente questa è un’attenzione opportuna, che mostra il know-how delle imprese (Gruppo ICS Grandi Lavori Spa, S.A.L.C., IRCOP) e il livello tecnologico dell’intervento, ma forse è anche un’inutile e costosa sfida ingegneristica. Sarebbe stato preferibile utilizzare le ingenti risorse economiche (90 milioni di euro di stanziamento Cipe in virtù della Legge Obiettivo) per realizzare un’opera qualificata di architettura e realmente necessaria.

Più utile la galleria dei servizi, che si sta realizzando in corrispondenza della testata dei binari e che, attraverso scale e quattro ascensori panoramici, si collegherà con gli altri due piani principali (quota urbana e binari, Forum e linee della metropolitana). La nuova galleria è stata denominata la Terrazza della Stazione perché attualmente consente un’ampia visuale tra le due Ali Mazzoniane verso i castelli romani. In verità, una volta completata la struttura a tre piani dei parcheggi, dalla grande vetrata non si vedrà altro che il fascio dei binari.

L’architetto Susanna Bernardini, responsabile di Sviluppo Infrastrutture e di Grandi Stazioni Ingegneria, afferma: «Sulla sagoma ricostruiamo un nuovo volume su due livelli a cui si potrà accedere dal piano dei binari attraverso scale mobili. Al primo piano sono previsti i servizi al viaggiatore. Sarà un grande open space con un’ampia zona di seduta costellata da aree di ristorazione tematiche. Una sorta di food court, come quella di Eataly». Si prevede, infine, di spostare in alto tutte le biglietterie, ufficialmente per facilitare chi arriva alla stazione in macchina, più verosimilmente per liberare il descritto vasto atrio con copertura ondulata e destinarlo interamente a nuove attività commerciali.

Questa scelta appare del tutto illogica (per la funzionalità complessiva della stazione, per la perdita di uno spazio urbano qualificato, per il processo di riconversione complessiva in attività commerciali) e rischiosa per gli ulteriori carichi di traffico nell’area. Viceversa è positivo che la nuova struttura sarà staticamente autonoma con isolatori sismici e che la copertura del parcheggio ospiterà un grande impianto fotovoltaico di circa 10.000 mq in grado di sviluppare una potenza di 500 kw. Una piccola azione virtuosa in un mare di errori

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29 settembre 2018 “Pig Floyd in concerto” presso Panella – l’Arte del Pane

Dopo il successo del 25 luglio scorso, Panella – l’arte del pane ripropone Pig Floyd in concerto.
Rispetto alla precedente esibizione saranno proposti 3 nuovi brani, di cui uno tratto dall’ultimo album di David Gilmour.
Inoltre, saranno presenti due giovanissime coriste.
E’ possibile prenotare un tavolo per gustare i prodotti gastronomici di elevata qualità dello storico locale romano ai numeri 064872435/ 064832651
Altrimenti c’è ampio spazio all’aperto in Largo Leopardi per chiunque voglia intervenire.
A disposizione servizio di mescita birre, pizza da asporto, gelateria.

Panella – L’Arte del Pane

Via Merulana 54

29 settembre 2018 “So Standard” a Palazzo Merulana

29 settembre 2018

Serata jazz a Palazzo Merulana!

Per trascorrrere il sabato sera tra le note del nostro Giardino delle Sculture

Live performance: So Standard

Il trio Cicconetti Mazzeo Cantarano, è nato con l’intento di reinterpretare brani di alcuni dei piu grandi nomi del jazz; da M. Davis a Coltrane, C. Parker, D. Ellington, costituito da chitarra, batteria e contrabbasso formula con grandi possibilità espressive, il trio reinterpreta le composizioni,con un proprio stile e personalità.

Modalità di partecipazione
15€ intero
12€ ridotto per under 7 e per i possessori di Palazzo Merulana Pass

dalle 19.30 accesso alla collezione,
20.30 aperitivo
a seguire live performance

Prenotazione consigliata
diritti di prenotazione €2.00
+39 06 39967800
www.palazzomerulana.it

CoopCulture #Jazz

29 settembre 2018 “Riesgo de Tango” e “The Power Shakers” al Gatsby Cafè

Dalle ore 18,30

Riesgo De Tango – Eventi di Tango Argentino e Folklore nuovamente a Diffondere il Tango Argentino e il Folklore sotto i Portici di Piazza Vittorio.

All’inizio ci sarà un piccolo Flash Mob che inchioderà i passanti lungo il colonnato a riprendere il momento con i propri telefonini.
Proseguiremo con una interessante lezione a livello progressivo che amplificherà gli interessi della gente e degli stranieri dell’albergo adiacente che sentiranno l’esigenza di parteciparvi.
Continueremo con una piccola Milonga Intima ideale per le coppie che vogliono ballare liberamente ma condividere rispettosamente gli spazi, , i tangueri più esibizionisti saranno invitati a spostarsi un pochino, anche perché potrebbero essere presenti i nostri Allievi Non Vedenti del Progetto TangoFog – Il Tango Argentino per i Non Vedenti che hanno l’esigenza di gestirsi in tranquillità..
Concluderemo la serata con una Apericena e concerto dal vivo nel locale.

Poi tutti liberi di proseguire la serata come meglio si crede.


Dalle ore 21,00

The Power Shakers nascono da un idea di Marco Di Folco, leader, cantante e chitarrista della band, ma soprattutto amante del Blues. Inspirato dai Maestri come Muddy, The Wolf, Little Walter, Jimmy Reed, Sonny Boy e altri…
Il blues delle origini, quello suonato a Chicago negli anni 50′, quando più importante era il ritmo e il suono, quando attraverso questi elementi si creava un’atmosfera unica, una tensione musicale magica, tipica del Blues. The Power Shakers vengono fondati all’inizio del 2014 e durante il primo anno si sono affermati rapidamente nel giro Blues della Capitale.
Con Andrea Di Giuseppe all’armonica, featuring Simone Scifoni al basso e alla batteria contemporanei. No shit!

29 settembre 2018 – Presentazione del libro “Le Resurrezioni” presso la Libreria Pagina 2

Sabato 29 settembre 2018, alle ore 19

 presentazione del romanzo
Le resurrezioni
di Federico Platania (A. Tombolini Editore, 2018)

Sarà presente l’autore

“Le Resurrezioni” è una storia di amore e di fantasmi. Ci sono un consulente aziendale con poteri paranormali e un’artista che vive come un’eremita nel deserto californiano. Ci sono gli Stati Uniti e molti dei suoi personaggi celebri, più morti che vivi, una santa italiana del Quattrocento e giovani talenti dell’arte contemporanea riuniti a Gerusalemme per un concorso che ha l’ambizione di stabilire chi sarà il più grande artista del futuro.
Un romanzo che copre un arco temporale di una decina d’anni, dal caso irrisolto di un incidente in uno zuccherificio al rinvenimento di una salma incorrotta nella cripta di una missione spagnola.

 

Libreria Pagina 2
00185 Roma – Italy
Via Cairoli, 63
Tel: +39064464956
www.libreriapagina2.it
info@libreriapagina2.it

 

27 – 30 settembre 2018 “Asian Film Festival – XV Edizione” all’Apollo 11

presenta

in collaborazione con

CINEFORUM ROBERT BRESSON
ASIAN WORLD
SENTIERI SELVAGGI
MATRADE MALESIA
MINISTRY OF CULTURE TAIWAN

da giovedì 27 settembre
c/o Itis Galilei ingresso laterale di via Bixio, 80/a
(angolo via Conte Verde) – Roma

L’Asian Film Festival, manifestazione dedicata al cinema dell’Estremo Oriente nata nel 2003, torna a Roma dopo otto anni. Un evento speciale, in programma dal 27 al 30 settembre all’Apollo Undici, con sei film già presentati durante la quindicesima del festival che si è svolta a maggio a Bologna e un omaggio al regista giapponese Nobuhiro Yamashitache sarà ospite nella Capitale con due suoi lungometraggi.

“Il senso è quello di riportare – sottolinea il direttore artistico Antonio Termenini – l’Asian Film Festival a Roma, con otto film di grande prestigio. A partire da Aqerat del malese Edmund Yeo, che intreccia la storia di una ragazza coinvolta nel traffico di esseri umani con le atrocità compiute sui rifugiati Rohingya al confine tra Thailandia e Malesia, già vincitore del festival di Tokyo e del concorso a Bologna”.

Sempre dalla Malesia arriva Shuttle Life, esordio alla regia di Tan Seng Kiat che racconta le difficoltà di una famiglia sottoproletaria nella periferia di Kuala Lumpur. Nel cast anche Sylvia Chang, la grande attrice e regista taiwanese. Cinema di Taiwan rappresentato nel programma della rassegna da due film: A Fish Out of Water di Lai Kuo-An, con protagonista un bambino che parte alla ricerca di un villaggio di pescatori da cui è convinto provenga la sua famiglia in una vita precedente, e Black Sheep di An Bon, sul difficile rapporto tra un padre disoccupato e suo figlio adolescente in un quartiere povero di Pechino. Altri due lungometraggi provengono dalle Filippine. The Decaying, debutto alla regia di Sonny Calvento, esplora la complessità del nucleo familliare, cittadino e della società filippina attraverso un thriller. Sea Serpent di Joseph Israel Laban, ambientato in una remota isola dell’arcipelago, si concentra su una ragazza e i suoi fratelli che lottano per sopravvivere dopo la scomparsa in mare del padre.
A completare il cartellone l’omaggio a Nobuhiro Yamashita, regista giapponese attivo dalla fine degli anni Novanta, specializzato in commedie dal sapore agrodolce, in affettuosi ritratti di slackers e loosers. A Roma si potranno vedere due tra i suoi film più recenti. Misono Universe è costruito attorno alla perdita del protagonista. Un uomo, appena uscito di prigione, in seguito a un pestaggio perde i sensi e non ricorda più nulla. Vagando per le strade di Osaka si imbatte in una band che si sta esibendo per una festa, sale sul palco, strappa il microfono e si mette a cantare. La giovane manager del gruppo, interpretata dalla giovane stella del cinema giapponese Fumi Nikaido, ne intuisce le doti canore e decide di aiutarlo. Over the Fence, film dai toni più drammatici, porta sullo schermo una storia d’amore disfunzionale, quella tra un uomo distrutto che torna dopo la separazione dalla moglie nella sua città natale, nell’Hokkaido, e una donna problematica che lavora come hostess in un locale.

Giovedì 27 Settembre

Ore 17.00 BLACK SHEEP un film di An Bon (2016, 76′)

Ore 19.00 SHUTTLE LIFE un film di Tan Seng Kiat (Taiwan/Malesia, 2017, 91′)

Venerdì 28 Settembre

Ore 17.00 A FISH OUT OF WATER un film di Lai Kuo-An (Taiwan, 2017, 90′)

Ore 21.00 AQERAT un film di Edmund Yeo (Malaysia, 2017, 106′)

Sabato 29 settembre

Ore 17.00 THE DECAYING un film di Sonny Calvento (Filippine, 2017, 95′)

Ore 19.00 MISONO UNIVERSE un film di Nobuhiro Yamashita (Giappone, 2015, 103′)

Domenica 30 settembre

Ore 17.00 SEA SERPENT un film di Joseph Israel Laban (Filippine,2017, 93′)

Ore 21.00 OVER THE FENCE un film di Nobuhiro Yamashita (Giappone, 2016, 112′). In presenza dell’autore

L’OSPITE: NOBUHIRO YAMASHITA

Nobuhiro Yamashita nasce il 29 agosto del 1976 nella prefettura di Aichi. La passione per il cinema lo porta a frequentare l’Università delle Arti di Osaka dove conosce Kazuyoshi Kumakiri che ha due anni più di lui e diventa il suo senpai. Ancora studente, Yamashita svolge il ruolo di suo assistente per il lungometraggio d’esordio Kichiku che lancia Kumakiri nel mondo del cinema. Dopo aver realizzato alcuni corti, nel 1999 dirige il suo primo film, Hazy Life, storia di due fannulloni, che partecipa a diversi festival internazionali ricevendo una menzione speciale a quello di Vancouver. La sceneggiatura è firmata anche da Kosuke Mukai, con il quale Yamashita collaborerà spesso. Con i successivi No One’s Arke Ramblers, entrambi del 2003, sembra formare una sorta di trilogia slacker comedy. Personaggi bizzarri e stile minimalista le caratteristiche comuni che si ritrovano in tanto cinema dell’autore. La carriera del regista prosegue con Cream Lemon(2004), basato su un anime hentai, e Linda Linda Linda (2005), teen comedy dal grande successo. Nel 2007 vince l’Hochi award come miglior regista per A Gentle Breeze in the Villagee The Matsugane Potshot Affair. Dopo una pausa di qualche anno, durante la quale lavora comunque a delle puntate di serie tv, torna al cinema nel 2011 con My Back Page. L’anno dopo realizza invece The Drudgery Train. Seguono negli ultimi anni Tamako in Moratorium, Psychic Power Research Club’s 3 People, Misono Universe, My Uncle eOver the Fence.

28 – 29 settembre 2018 “Cappuccini d’Autore” al Palazzo del Freddo Fassi

CAPPUCCINI – ESPRESSI – FILTER COFFEE – GELATI – COCKTAIL – MUSICA DAL VIVO

Venerdì 28 e Sabato 29 Settembre 2018
PALAZZO DEL FREDDO FASSI
Via Principe Eugenio, 65 – 00185 Roma

VENERDI’ 28 – ORE 14,00 – 18,00

DEGUSTAZIONE GRATUITA di Cappuccini in Latte Art, preparati dai baristi partecipanti al Master di Giuseppe Fiorini​. (preparazione delle tazze da campionato: doppio espresso con CIRCI Miscela 28 con macchine BLACK EAGLE Victoria Arduino, montatura del Latte Di Nepi).

DEGUSTAZIONE GRATUITA di Caffè Filtro estratti con il sistema V60 (preparazione delle bevande da selezioni di Specialty Coffee CIRCI e BEST COFFEE).

VENERDI’ 28 – ORE 20,30 – 23,30

AMARENA FABBRI SHOW – 90° Classico Caffè CIRCI
DEGUSTAZIONE GRATUITA di cocktail alcolici e non alcolici presentati e proposti da Vittorio Agosti (Ambassador FABBRI).

DEGUSTAZIONE GRATUITA di Cappuccini, Espressi e Caffè Filtro.

MUSICA LIVE con Dj LOU (Lounge – Jazz – Soul in sound mix vinile)

SABATO 29 – ORE 12,00 – 17,00

DEGUSTAZIONE GRATUITA di Cappuccini in Latte Art, preparati dai baristi partecipanti al Master di Giuseppe Fiorini​. (preparazione delle tazze da campionato: doppio espresso con CIRCI Miscela 28 con macchine BLACK EAGLE Victoria Arduino, montatura del Latte Di Nepi).

DEGUSTAZIONE GRATUITA di Caffè Filtro estratti con il sistema V60 (preparazione delle bevande da selezioni di Specialty Coffee CIRCI e BEST COFFEE).

SABATO 29 – ORE 18,00
VISITA DEL LABORATORIO FASSI con Andrea Fassi.
DEGUSTAZIONE GRATUITA di un gelato a base di caffè.

SABATO 29 – ORE 20,30 – 23,30

AMARENA FABBRI SHOW – 90° Classico Caffè CIRCI
DEGUSTAZIONE GRATUITA di cocktail alcolici e non alcolici presentati e proposti da Vittorio Agosti (Ambassador FABBRI).

DEGUSTAZIONE GRATUITA di Cappuccini, Espressi e Caffè Filtro.

MUSICA LIVE con JAM SOLDIERS (chitarre – percussioni – voce in un repertorio vastissimo e su richiesta)

28 settembre 2018 “Mo’ Better Movies” al Palazzo Merulana

28 settembre 2018

Palazzo Merulana

Good vibes, good music, good company

con il trio Bernardi Cicconetti Ostini

Programma
dalle 19.30 accesso alla collezione
dalle 20.30 aperitivo
a seguire lo spettacolo

Tariffe
€15 Intero
€12 Ridotto (per Under7 e possessori di Palazzo Merulana Pass)
La tariffa include: l’accesso alla collezione, aperitivo + un drink, spettacolo


Il trio Bernardi Cicconetti Ostini, nasce nel 2012 con l’intento di rielaborare in chiave jazzistica, alcune delle più belle composizioni per musica da film, di tutti i tempi; da Ennio Morricone a Trovajoli, da Bill Conti con la composizione di Rocki a Gato Barbieri con Ultimo tango a Parigi.
La band ha all’attivo Cd, 2013 verrà pubblicato il primo cd, dal titolo “celluloide” e nel 2017 il secondo cd “Mo Better Movies” entrambi presentati alla Casa del Jazz.

Paolo Bernardi – piano
Stefano Cicconetti – batteria
Flavia Ostini – contrabbasso

CoopCulture #jazz

28 settembre 2018 “Il Quinto Quarto – Jazz ensemble con tavole a onde sonore” al Gatsby Cafè

28 settembre 2018 ore 21,00

Gatsby Cafè

Il Quinto Quarto – Jazz ensemble con tavole a onde sonore

Tornano, dopo la recente turnee a Cali, i ragazzi della spiaggia, gli spiaggiati dalla pioggia, del “non c’è festa senza cresta”: il mitico Quinto Quarto, straight from Testassio town. Con gli arrangiamenti del maestro Quarta e lo special guesting di Antonio Littleant.
Non perdete quest’onda… è quella giusta

Apollo 11 – Il Programma fino al 3 ottobre 2018

PROGRAMMA FINO AL 3 OTTOBRE:

Giovedì 27 settembre

ore 17.00 BLACK SHEEP di An Bon (76 min). Versione originale – Sott. ITA.
ore 19.00 SHUTTLE LIFE di Tan Seng Kiat (91 min). Versione originale – Sott. ITA.
ore 21.00 per Racconti dal Vero: IL NEGOZIO di Pasquale Misuraca (78 min).

Venerdì 28 settembre

ore 17.00 A FISH OUT OF WATER di Lai Kuo-An (90 min). Versione originale – Sott. ITA.
ore 19.00 PIAZZA VITTORIO di Abel Ferrara (82 min).
ore 21.00 AQERAT di Edmund Yeo (106 min). Versione originale – Sott. ITA.

Sabato 29 settembre

ore 17.00 THE DECAYING di Sonny Calvento (95 min). Versione originale – Sott. ITA.
ore 19.00 MISONO UNIVERSE di Nobuhiro Yamashita (103 min). Versione originale – Sott. ITA.
ore 21.00 PIAZZA VITTORIO di Abel Ferrara (82 min).

Domenica 30 settembre

ore 15.00 PIAZZA VITTORIO di Abel Ferrara (82 min).
ore 17.00 SEA SERPENT di Joseph Israel Laban (93 min). Versione originale – Sott. ITA.
ore 18.50 IUVENTA di Michele Cinque (87 min). Alla presenza dell’autore.
ore 21.00 OVER THE FENCE di Nobuhiro Yamashita (112 min). Versione originale – Sott. ITA. Alla presenza dell’autore.

Lunedì 1 ottobre

ore 18.30 ISIS, TOMORROW – THE LOST SOULS OF MOSUL di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi (80 min).
ore 20.30 PALMARES MOLISE CINEMA con i vincitori della16A EDIZIONE 2018.

Martedì 2 ottobre

ore 19.00 ISIS, TOMORROW – THE LOST SOULS OF MOSUL di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi (80 min).
ore 21.00 IUVENTA di Michele Cinque (87 min). Alla presenza dell’autore.

Mercoledì 3 ottobre

ore 19.00 ISIS, TOMORROW – THE LOST SOULS OF MOSUL di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi (80 min).
ore 21.00 A STRIKE AND UPRISING TEXAS di Anne Lewis (66 min).