L’astrattismo di Roberto Rinaldi è rappresentativo di una nuova e moderna avanguardia artistica che utilizza in modo creativo e innovativo gli strumenti tecnologici propri del terzo millennio. L’originalità di Rinaldi è quella di rapportarsi al mondo digitale come di fronte a una tela e liberare il proprio istinto creativo modificando linee, forme e colori al fine di creare un nuovo punto di osservazione della realtà. L’approccio di Roberto con la realtà del mondo è critico e talvolta respingente, ma voluto. Le sue opere, infatti, viaggiano sull’onda anticonformista della non soggettività alla ricerca di un modo nuovo di vedere le cose. Le sue opere, di contro, hanno il potere di trascinarci in posti e luoghi diradati, minimali, dai confini (solo apparentemente) sfocati. Ritengo che l’originalità del tratto creativo di Roberto si esprima nella capacità di scomporre la propria esperienza percettiva delle cose riducendola agli elementi sostanziali, ridurre per cogliere l’essenza al fine di dare sollievo a quell’ansia sociale e intellettuale che da sempre gli riconosco e che lo rende a mio avviso un uomo e un’artista speciale.
(Paolo Vanacore)
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Nato 57 anni fa a Torino, l’8/11/1965, dopo un breve e ahimè sbagliato percorso scolastico approdo alla professione di arredatore, allestitore e vetrinista, in alternativa ad una più ambita carriera artistica che rimarrà accantonata per ben oltre 25 anni. In questo quarto di secolo, però, coltivo la passione per le arti a tutto tondo, pittura, fotografia, scultura, musica, cinema e teatro. Proprio il teatro occupa attualmente il mio tempo. In questi 9 anni passati a Roma, infatti, ho esercitato la mia creatività nella realizzazione di scene e costumi per il teatro all’interno degli spettacoli ideati dall’artista-attore Gianni De Feo. Dalla metà del 2021 ho iniziato a produrre opere digitali, per lo più astratte partendo da fotogrammi naturali o urbani, ottenuti con uno smartphone e alchemicamente rivisitati dai suoi filtri. . . OPENING: 27 aprile, ore 19.00
“Conosco bene quest’ora, la sua magia pacificatrice. Il controluce che ridefinisce il paesaggio e ne fa l’orlo d’un ricamo. Eppure, in questo farsi sera, in questo farsi anima, in questo imminente riposo dell’universo, il giorno trattiene ancora qualcosa. Qualcosa che sembra indugiare per essere svelato e compreso. Una manciata di tempo, l’imbrunire, che contiene tutti i tempi della storia. Una abbondanza di ombre che ci risveglia al senso della vita.” (Giuseppe Salvatori)
Mostra visitabile con accesso gratuito fino al 3 maggio 2023 Aperti dal lunedi al venerdi 10.00-18.00 – aperti il 24 aprile Chiusi il 25 aprile
Opening event: Venerdì 21 Aprile alle ore 18 con la presentazione della curatrice
Short Bio & concept
Diego Petruzzi, classe 1956, nasce a Roma dove vive e lavora. Dimostra sin da giovane una propensione verso l’espressione artistica in senso lato frequentando laboratori di teatro e corsi di restauro e doratura su legno; esperienze che inevitabilmente hanno orientato parte della sua produzione artistica. Contemporaneamente continua a disegnare e dipingere producendo opere di grafica e quadri dipinti…
Arte, cibo e letteratura per la prima volta in un unico filone creativo. Un aperitivo con racconti di arte e letteratura, in collaborazione con Arteindiretta. In questo appuntamento ad affiancare Fabiana Mendia, fondatrice dell’associazione, ci sarà Giampiero Rappa.
Ogni incontro è dedicato a tematiche specifiche che illustrano la storia dell’alimentazione attraverso una vasta selezione di opere con nature morte, scene di tavole imbandite, scene di mercato, di cucine, scene di genere e conviviali.
Il tema dell’incontro di giovedì 20 aprile sarà: La solitudine di un numero uno: le dispense vegetariane e ipnotiche dipinte da Sànchez Cotàn.
Il menù dell’aperitivo: – Monoporzione crema di zucchine e pachino – Patate e Carciofi – Pizza Bianca – Pizza rossa – Verdure miste al forno – Acqua, vino bianco e rosso
I rapporti, gli scambi e le suggestioni tra le diverse tematiche saranno illustrati dalla curatrice all’ora dell’aperitivo con trattazioni parallele di storia della gastronomia e storia dell’arte, storia della società e della vita materiale, storie dei cuochi e delle loro invenzioni.
L’evento ha un costo di 25€ a persona ed è necessaria la prenotazione. Per info e prenotazioni: info.roma@mercatocentrale.it – 06 46202900 È possibile acquistare il biglietto direttamente su Zerofila https://bit.ly/MCR-ARTperitivo
Secondo la curatrice Chiara Quintavalla, “[…] Nei suoi dipinti, Marzia Muscatello crea un mondo di figure femminili che servono da alter ego di sé stessa. Questi personaggi incarnano le emozioni, le paure e i desideri più profondi dell’artista e fungono da potenti simboli della forza vitale, della resilienza e dell’emancipazione femminile. La sua arte si sviluppa come sfida per scoprire le complessità del suo io interiore. La Muscatello è stata profondamente influenzata dall’iconica pittrice messicana Frida Kahlo: come lei è affascinata dal potere dell’arte di esprimere la complessità dell’esperienza umana, di rivelare i segreti più intimi e le passioni dell’anima. Pur trattando temi oscuri come il dolore, la sofferenza e l’auto sabotaggio, le opere dell’artista sono intrise di un senso di speranza e positività che riflette la sua fede incrollabile nel potere trasformativo dell’arte […]”
“Bestiary of a Beautiful Struggle” è una collezione di ritratti che mostra giocosi personaggi alle prese con spensierate e spericolate azioni di cui non si preoccupano molto.
Il tema del corpo come strumento si ispira a Cronenberg, come meccanismo per dimostrare la quasi de-umanizzazione di un personaggio.
L’evoluzione personale attraverso il corpo è una ricerca senza fine alle prese con l’urbanizzazione, la scienza, la sperimentazione sessuale. Le bestie – macchine ed edifici – esplorano il concetto del corpo come un veicolo che si muove incessantemente.
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Simona De Angelis, nata in Italia, si è stabilita in Inghilterra. Affermata professionista dell’industria del cinema, si è avvicinata alla fotografia per la prima volta circa dieci anni fa, durante i suoi viaggi di lavoro.
Un interessantisimo articolo tratto dal sito “vaticannews.va” su una misteriosa quanto importante reliquia custodita presso la Basilica di Santa Prassede nella Cappella di San Zenone
In una cappella della basilica romana sull’Esquilino si trova esposto il cippo tradizionalmente ritenuto quello cui fu legato Cristo per essere fustigato. Un oggetto devozionale antico ed enigmatico che interroga sul significato profondo delle reliquie
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Lungo la navata destra della basilica paleocristiana di Santa Prassede, accanto allo scintillante e magnifico sacello di San Zenone, si apre una piccola cappella dove, dentro un reliquiario a forma di tempietto dorato, opera in stile Art Nouveau dell’artista Duilio Cambellotti e datato al 1898, è esposta una colonnina di pietra bianca e nera. In essa sarebbe stata riconosciuta la colonna alla quale fu legato Cristo per la flagellazione.
Volta del Sacello di San Zenone nella basilica di santa Prassede
Un singolare elemento architettonico
Alta solo 63 cm, è leggermente rastremata, misura circa 40 cm di diametro alla base. La pietra è un tipo di granito, il gabbro diorite, a grossi cristalli bianchi, proveniente dalla parte settentrionale del Deserto orientale egiziano. Si tratta di un luogo lontano, impervio e desertico. Con probabilità i cavatori appartenevano alle classi sociali più povere, i damnati, gettati senza speranza a lavorare arrampicati su pareti verticali. Il trasporto dei blocchi era lungo e difficile e difficile era anche lavorare questa pietra, benché molto pregiata. La sua importazione a Roma avviene soprattutto in periodo Giulio Claudio, cioè nel I secolo d. C. La forma della colonnetta farebbe pensare a un trapezoforo, sostegno di un tavolo, oppure di un labrum, un bacile, ma ciò non esclude un suo riuso successivo. Anche quello di colonna per la flagellazione.
La flagellazione, tortura crudele
Diversa dalla fustigazione, la flagellazione era un supplizio molto diffuso nell’antica Roma, che si effettuava con il flagrum, una frusta con dei terminali acuminati che laceravano le carni. Ogni domus, casa signorile, ricorda Cicerone, aveva una colonna alla quale legare e punire i propri schiavi. Sappiamo anche che la flagellazione precedeva sempre la pena capitale, soprattutto la crocifissione. Nei Vangeli non si fa mai accenno ad alcuna colonna, ma tre parlano concordemente e in modo inequivocabile, per Cristo, di flagellazione (Mc 15, 15; Mt 27, 26, Gv 19, 1), mentre Luca fa riferimento a una generica punizione (Lc 23, 22).
La prima testimone
La prima a parlarne fu Egeria nel suo Itinerarium, nel 383, durante la funzione del Venerdì Santo, a Gerusalemme: “Non è ancora sorto il sole; dopo il congedo tutti di slancio vanno a Sion, a pregare presso la colonna della flagellazione”. Il luogo di cui parla Egeria, il monte Sion, corrisponde al luogo dove sorge la chiesa degli Apostoli.
La colonna a Roma
Secoli dopo, la colonna sarebbe stata portata da Gerusalemme a Roma dal cardinale Giovanni Colonna, durante la V Crociata, nel 1223. Non sfuggirà che il cognome del legato pontificio in Oriente è lo stesso della reliquia e può essere letta in entrambi i modi: la prova che si tratti di un’invenzione, un artificio per guadagnarsi la benevolenza di Papa Onorio III o, al contrario, un dono provvidenziale, come lui stesso riteneva. La colonna fu posta nella basilica di Santa Prassede della quale era titolare il porporato. La solennità della colonna fu approvata dalla Santa Sede e celebrata nella quarta domenica di Quaresima.
Nel tempo sembra che l’anello di ferro che stava ancorato sulla sommità, per far passare la corda e legare i polsi, fosse stato donato nel 1240 al re di Francia san Luigi IX. Nel 1585 papa Sisto V donò una scheggia della colonna agli abitanti della città di Padova.
L’annosa questione sull’originalità delle reliquie
Le obiezioni circa l’autenticità o meno della colonna partono dall’altezza ridotta della colonna, come si è detto 63 cm, che avrebbe costretto il condannato a subire il supplizio assumendo una postura innaturale. Ma proprio questo particolare la rende plausibile: i colpi della flagellazione non dovevano toccare gli organi vitali perché questo avrebbe favorito il rischio di morte. Ad esempio non si doveva ferire l’area del cuore. Legato a un supporto così basso, il progioniero era costretto a stare curvo in avanti evitando così di esporre ai colpi la parte del corpo da preservare. Sotto questo aspetto, la colonna di Santa Prassede avrebbe un’altezza coerente.
La colonna di santa Prassede nell’arte
L’iconografia particolarmente drammatica e crudele della flagellazione di Cristo è assai diffusa e con essa si sono misurati moltissimi artisti, dai minori ai più grandi, basti pensare a Piero della Francesca, fino a Bramante e Caravaggio.
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio,, Flagellazione di Cristo (1606-1607) , Musée des Beaux-Arts, Rouen
La colonna è sempre alta e slanciata, coronata da un capitello di tipo antico oppure una statua. Oppure immaginata come se proseguisse oltre i contorni del dipinto, svettando verso l’alto, come nel caso di Antonello da Messina. La colonna riassume in sé l’intero mondo pagano. La figura di Cristo, con il suo sacrificio, ne è il contraltare, il riscatto.
Agostino Ciampelli, Flagellazione di Cristo, affresco, 1594-1604, Basilica di Santa Prassede, Roma
Invece la forma leggermente troncoconica uguale a quella di Santa Prassede, oltre che rintracciarla in alcuni affreschi della basilica dove è custodita, come nell’affresco del pittore fiorentino Agostino Ciampelli, artista della Controriforma, si trova anche altrove, come tra gli angeli di Ponte Sant’Angelo con gli strumenti della Passione. E’ uno dei più belli, tiene tra le braccia la colonna di Santa Prassede. Sulla base della statua l’emblematica iscrizione: Tronus meus in columna, “il mio trono è su una colonna” (Sir 24, 7). Questa scultura è di Antonio Raggi, eseguita su disegno del Bernini del quale era collaboratore e allievo.
Antonio Raggi, su disegno del Bernini, Angelo con la colonna della flagellazione, 1669, Ponte Sant’Angelo
Dal XVII secolo nell’iconografia della flagellazione si diffonde grandemente la forma a rocchetto della colonnina romana, segno della diffusione della sua devozione anche oltre l’Urbe, presso diversi artisti toscani ma anche veneti e di altre zone. Ancora in particolare, in un dipinto nella Badia Fiesolana, un artista anonimo fioretino seicentesco non tralascia di raffigurare minuziosamente anche i caratteristici cristalli bianchi sul fondo nero della colonna.
La colonna è un oggetto che non può dire più di quello che è possibile. Non è un’iscrizione come il Titulus Crucis e ancora di più non è la mappa dettagliata della Sindone. È però un elemento che si inserisce in modo concorde nel racconto della Passione. La basilica di Santa Prassede è legata alla vita della omonima fanciulla vissuta nel II secolo, che si prodigò per nascondere i cristiani perseguitati dando loro sepoltura. Secondo la tradizione, il sangue dei martiri fu da lei asciugato con una spugna e raccolto nel pozzo che si trova al centro della chiesa, nel punto in cui vi è un disco di porfido.
La colonna della flagellazione, quindi, riassume in sé il significato di testimonianza viva di Cristo e della sua Passione nella quale si rispecchia il sacrificio dei martiri. Il gran numero di reliquie conservate nella basilica sembra rievocare questo legame. Il culto della colonna di Santa Prassede non si lega a un’evidenza storica materiale, ma è memoria reale della storia.
Francesco Gai, Gesù legato alla colonna (1889), Basilica di santa Prassede
Altre colonne della flagellazione
La colonna romana non è l’unica ritenuta della flagellazione. Una seconda si trova a Gerusalemme, nella basilica del Santo Sepolcro, ricordata da un pellegrino anonimo di Bordeaux in uno scritto datato al 333, mentre san Cirillo di Gerusalemme la ricorda in una catechesi del 348. Alcuni studi cercano di accordare entrambe le tradizioni facendo riferimento a due distinte flagellazioni di Cristo: la prima nel pretorio con Pilato, la seconda nel palazzo di Caifa. Ancora altre due colonne sono ritenute quelle della flagellazione: a Istanbul e nella basilica del Santo Sepolcro a Bologna.
Alessandro Algardi, Flagellazione di Cristo, XVII secolo, bronzo dorato, marmo verde antico, cm 24.2 (figura più alta), Fitzwilliam Museum, Cambridge (Cambridgeshire, Regno Unito) Fondazione Zeri
Palazzo Merulana, in sinergia con Fondazione Elena e Claudio Cerasi e CoopCulture, è lieto di ospitare la mostra del pittore Peter Flaccus, “The painting is a place”, a cura di Francesco Cochetti.
Americano di nascita e di formazione, Peter Flaccus, all’inizio degli anni ’90, ha scelto di trasferirsi a Roma, dove l’incontro con l’arte classica ha determinato una svolta nel suo percorso creativo, con l’abbandono della pittura a olio a favore di una tecnica antica, la pittura a encausto.
al Muef Artgallery ultimo appuntamento del ciclo di “Personali a confronto” organizzato e curato da Virgilio Patarini per Zamenhof Art – Arte Contemporanea ed Eventi in collaborazione con Francesco Giulio Farachi e Roberta Sole : in esposizione Fiorella Manzini – Maura Mattiolo e Angelita Mattioli .