10 dicembre 2017 “I cerini di Santo Nicola” di Vinicio Capossela all’Apollo 11


EVENTO SPECIALE
domenica 10 dicembre 2017 ore 20.00

c/o Itis Galilei ingresso laterale di via Bixio, 80/a
(angolo via Conte Verde) – Roma

VINICIO CAPOSSELA

presenta

I CERINI DI SANTO NICOLA

RACCONTO INFIAMMABILE PER VOCI, SUONI E CANZONI

L’evento sarà unico e senza repliche,
l’ingresso sarà possibile fino ad esaurimento posti

Avrà priorità per l’acquisto del biglietto per assistere alla presentazione del libro chi acquisterà contestualmente anche quello per la proiezione delle 18.00 di SAMI BLOOD (potendo rimanere in sala nel posto già occupato)

La notte di Natale, nei dintorni della stazione monumentale di Milano, insolitamente vuota e coperta di neve, alcuni diseredati gravitanti nella zona, si aggruppano attorno al fuoco di un grosso bidone, uno di loro, il Secco, poco loquace e dal passato più glorioso, trova una scatola di cerini “che scaldano l’anima, inducono al racconto”.

Ognuno degli occasionali accolti darà allora vita ad un racconto; sono racconti animisti, fantastici, ancestrali, la rievocazione di un concerto di Louis Prima, il cantante più natalizio che mai registrò una canzone di Natale, una ciurma nella bottiglia che finisce nel gran festeggiamento marino degli abissi, un cimitero animista di lavatrici e elettrodomestici, dove si trova l’albero della cupa, la cui luce attira tutti gli animali notturni, l’apparizione di un cane mannaro “il pumminale”, un corteggiamento e gran ballo di vecchi pianoforti scordati, miracolosamente animati, un’idea del paradiso e l’arrivo finale a mezzanotte e a cerini esauriti di Santo Nicola, italianissimo e autentico progenitore del più “globale” Santa Claus.
Suoi sono i cerini della buona favella, che attizzano la fantasia e donano l’eloquenza, unico dono che si è tenuto da parte il santo, emigrante, solo e malaccompagnato che dopo essersi spiegato, benedice gli astanti e con una grande fiammata li illumina, e, come nelle antiche feste dei folli, rende gli ultimi primi e i primi ultimi, in quella particolare ricchezza che è la parola.

POSTFAZIONE

“Sono passati 15 anni da quando nel periodo del natale 2002, con Jacopo Leone e Francesca Leoncini giocammo a inventarci un protettore delle vittime dei propri errori, un protettore degli scappati di casa, di quanti hanno perso il ritorno, di quanti sono migrati e restati nell’orbita del magnete della stazione centrale senza più andarsene.
Lo eleggemmo nella figura di un santo emigrante, ai nostri occhi scalcinato, di nome Nicola, come molti degli emigranti meridionali che ci si erano affidati.
Parente di quel Nicolaus, che fu il primo portatore di doni, e che poi si fece poi rubare il mestiere da Babbo Natale.
Si è fatto portare via tutti i regali volentieri, perché dei desideri di grandi e bambini non si fida: sono infiniti e mutevoli, e anzi ammonisce di fare attenzione a quel che si desidera che poi magari è capace che si avvera.
Si è tenuto da parte un solo dono, dei cerini di legno, una cosa da niente che però compie un grande miracolo: dona la capacità di sapersi parlare, dona la possibilità del racconto e perciò della com-passione, della com-prensione.
La capacità di vedere nelle disgrazie degli altri anche le nostre e dunque assolversi e essere in qualche modo fratelli: tutti disgraziati alla pari.
La pioggia si è fatta neve e non ferisce ma bagna…l’incantesimo del fuoco e del racconto nella stagione dell’inverno, necessario perché, come dice il santo, chi è solo se ne accorge a Natale.
I racconti si succedono attorno a un focolare che non è domestico, ma è un bidone, come quello acceso ai tempi del binario 21 per la protesta contro la soppressione dei treni notturni.
Da allora tante sarebbero le occasioni di raccontare altre solitudini attorno a una stazione che nel frattempo ha acquisito nuovi led digitali luminosi, ma resta che la solitudine più grande è parlare, urlare per le strade senza che nessuno sia disposto ad ascoltare.
Che è poi quello che fanno tutti che per strada o nei nuovi strumenti di comunicazione : molti urlano e pochi si ascoltano.
Perciò il nostro Sante Nicola ha sempre parecchio da fare.
I cerini si sono consumati, è un po’ più invecchiato, non ha una barba bianca e fluente, ma una barba senza fare di una settimana , perché non ha fissa dimora. Sono aumentati gli acciacchi, non è messo bene… Ha cambiato la 127 tagliata a metà e trainata da cani randagi, ma arriva sempre accompagnato da malebestie a ricordarci che, come da bambini, lo spavento è terapeutico, ma la paura somministrata a sistema è strumento di potere.
E che il dono del dialogo, del sapersi parlare è sempre un dono prezioso, che non ha bisogno di vetrine e tredicesime per essere donato.
Così abbiamo deciso di pubblicare questo testo in maniera semi clandestina in occasione dei concerti di “Ombre nell’inverno”, nella speranza che sappia ravvivare con l’eloquio, il fuoco delle parole.”

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